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Perdere la fede, e i propri figli

Lasciare una comunità ebraica ultraortodossa può scatenare risvolti drammatici, psicologicamente e praticamente. Tra i più frequenti, la perdita della custodia legale dei propri figli.

Raccontare il mondo degli ebrei chassidici – la frangia più ortodossa dell’ebraismo – non è un’impresa semplice. Si tratta di un universo complesso, fatto di costumi, rituali e lingue, incomprensibili per chi vive in una realtà secolare come quella delle città occidentali.

Recentemente, le loro tradizioni sono state oggetto di una nuova esposizione mediatica mondiale grazie al successo di Unorthodox, una miniserie prodotta da Netflix e girata in lingua yiddish, ispirata all’omonima autobiografia di Deborah Feldman – una donna ebrea che ha deciso di lasciare la comunità chassidica per vivere fuori dalle regole claustrofobiche imposte al suo interno.  In contemporanea, proprio per la notorietà della miniserie, è stato riesumato dagli archivi di Netflix anche il documentario One of Us, che segue le storie di tre fuoriusciti dai gruppi ultraortodossi di Brooklyn.

Le comunità ultraortodosse sono intessute di profondo tradizionalismo e fondano la propria vita sui testi sacri della Torah e del Talmud, presi come riferimento anche a livello legale. Le usanze da rispettare sono moltissime, radicate, inappellabili e spesso degradanti soprattutto per le donne, il cui ruolo consiste nello sposarsi e mettere alla luce numerosi bambini per sostenere il futuro della comunità. L’istruzione è riservata ai maschi e si basa solo sui testi religiosi, nel tentativo di limitare il più possibile il contatto con il mondo esterno (Internet è ovviamente bandito).

Molti ebrei chassidici nascono, vivono e muoiono all’interno delle comunità, felicemente, ma per altri non è così facile adattarsi a questo stile di vita imposto dalla nascita. Alcuni scelgono di vedere cosa c’è dall’altra parte, altri crescendo si rendono conto che la loro fede verso l’Ebraismo non è sufficiente per accettare le imposizioni della comunità, altri ancora scoprono una sessualità diversa da quella che dovrebbero accettare obbligatoriamente.

Uscire dalla comunità è un processo molto duro, nella pratica ma anche psicologicamente. Di solito, gli ebrei chassidici non sono “istruiti” per vivere nella contemporaneità e l’impatto col mondo esterno è sempre forte, perché la cultura ortodossa non lo contempla se non in termini estremamente negativi. Inoltre, chi sceglie di andarsene è solo: deve rinunciare alla propria famiglia e ai propri amici, obbligati a tagliare qualsiasi legame con chi decide di cambiare vita.

Ma il dramma più grande è quello che si consuma, in caso di divorzio, tra il genitore che “lascia” e i figli rimasti nella comunità.

E se le cause di divorzio che contemplano la custodia di minori sono complicate anche nel mondo laico, in quello chassidico la partita si gioca a tutt’altro livello.

 

Quando i tribunali civili affrontano le controversie in merito alla custodia di minori, l’obiettivo è solitamente quello di trovare una soluzione che sconvolga il meno possibile la vita del bambino. Nel caso degli ebrei ultraortodossi, per i giudici è di solito l'allontanamento del bambino dalla vita religiosa ciò che avrebbe l'impatto più significativo. I diritti di un genitore possono diventare rapidamente secondari in questo contesto, soprattutto se lo status quo dei minori comprende precise usanze e rituali religiosi quotidiani.

Essendo poi ostracizzati da parenti e amici, i genitori che abbandonano la comunità non trovano aiuti di nessun tipo né a livello legale che monetario, contando che il loro circolo sociale è quasi sempre ridotto al solo gruppo chassidico di appartenenza. Nessuno può testimoniare a loro favore, o aiutarli economicamente nel proseguire la battaglia legale; nelle comunità invece la disponibilità monetaria è alta, grazie a vere e proprie raccolte fondi organizzate per questi scopi, che permettono di assumere avvocati migliori e proseguire nei processi. Spesso all’interno della comunità si cerca anche di gettare discredito sulle capacità parentali della persona in questione, diffondendo pettegolezzi che possono danneggiarne la reputazione di madre o padre.

Per il genitore che lascia l'ovile, il trauma va quindi oltre la dissoluzione privata di un matrimonio e della famiglia. "Il loro lavoro è in pericolo, la loro casa. Se sono in affitto da un proprietario religioso, la sorveglianza aumenta. Ogni bambino è considerato dalla comunità come un'anima ebraica che non può andare perduta" ha dichiarato in un articolo del New York Times Chani Getter, responsabile di Footsteps, un’organizzazione che fornisce servizi sociali e finanziari agli ex ebrei ultra-ortodossi che stanno passando a uno stile di vita laico.

L'alienazione parentale non avviene solo nel mondo chassidico, ma la differenza è che in questi casi non si tratta solo di una questione familiare privata. Negli ultimi anni rabbini, avvocati e terapisti familiari hanno collaborato per tenere i figli lontano da un genitore non osservante. Nella pratica, un singolo individuo si trova a dover combattere contro un sistema altamente organizzato. Di fronte al potere istituzionale e alle risorse della comunità chassidica, questi genitori spesso si trovano sconfitti in partenza, soprattutto psicologicamente, prima ancora che i loro casi possano essere discussi. E nel caso fortunato che il genitore riesca ad ottenere almeno delle visite mensili, è spesso difficile far rispettare gli accordi dalla controparte.

Il caso di Etty Aush – una giovane donna ex chassidica di Brooklyn – raccontato nel documentario One of Us è emblematico.

Nel 2016, la Corte suprema della Contea di King's pose i sette figli di Etty sotto la custodia temporanea di altri parenti chassidici. Etty era uscita dalla comunità un anno prima dell'udienza per la custodia, anche a causa di presunti abusi del suo ex marito. Tuttavia, mentre le violenze dell’uomo non furono prese troppo in considerazione, il cambiamento dello stile di vita di Etty – per via della divergenza dalle pratiche religiose e della sua omosessualità – venne indagato a fondo nel corso del procedimento. Durante l’udienza, una delle domande riguardò persino un paio di calze per bambini da lei regalate a uno dei figli, oggetto di discussione per via dei loro disegni di pupazzi di neve associabili al Natale non ebraico.

Durante il processo, la famiglia e gli amici intimi di Etty deposero contro di lei. Il dottor Adam Raff, lo psichiatra forense assegnato al caso, testimoniò invece che i bambini "avrebbero sofferto emotivamente e a livello di sviluppo nel caso di una separazione dalla madre", affermando che “era meglio che i bambini rimassero sotto la custodia della madre insieme” perché “"il legame emotivo tra Etty e i tre figli maggiori era il fondamento del loro senso di stabilità”.

Ciò nonostante, il giudice decise di rinnovare l’affidamento ai diversi parenti già coinvolti, a tempo interminato. Etty cercò di fare ricorso ai sensi dell'articolo 10 del Family Court Act statunitense, che richiede per tale misura una dimostrazione di abbandono o abuso da parte della madre. La Corte Suprema di New York, tuttavia, confermò la decisione del tribunale di primo grado nel negare la sua mozione, di fatto separando la donna dei suoi figli.

Ad oggi Etty ha deciso di fare una pausa dalle sue battaglie legali, ma non è detto che in futuro riuscirà di nuovo a poter stare con i suoi figli. L’ultima possibilità è che, raggiunta la maggiore età, gli stessi figli decidano di mettersi in contatto con lei; essendo però Etty una “apikoros” – cioè qualcuno che ha rinnegato la tradizione rabbinica – la scelta non sarà semplice.

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