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Quando la carne è debole

Gli allevamenti intensivi hanno un ruolo di primo piano nella diffusione di nuove malattie zoonotiche e, stando alle ultime notizie, potrebbero essere un problema nel prossimo futuro.

Pochi giorni fa, in un’azienda di pollame nel sud della Russia, è stata rilevata per la prima volta la presenza del virus dell’influenza aviaria negli esseri umani.

A confermare la trasmissione all'uomo del ceppo H5N8 dell'aviaria sono stati gli scienziati russi del Centro 'Vektor' che lo hanno individuato in sette dipendenti dell’allevamento in questione, dove già nel dicembre 2020 erano stati registrati focolai tra la popolazione di volatili.

Le autorità locali hanno immediatamente attuato tutte le misure necessarie a proteggere le persone e gli animali, e stando alle parole di Anna Popova – capo dell'agenzia federale russa per la salute e la tutela dei consumatori Rospotrebnadzor – gli uomini “stanno bene e hanno solo lievi sintomi”.

L’agenzia federale ha assicurato che per ora non c’è stata alcuna trasmissione da uomo a uomo, ma ha avvertito che, in seguito a una possibile mutazione, il virus potrebbe "imparare" a farlo.

A prescindere dai facili allarmismi che potrebbero scaturirne (visto il momento storico), la notizia è riuscita a riportare l’attenzione sul tema degli allevamenti intensivi e sui pericoli da essi derivanti per la salute pubblica.

Nell’ultimo rapporto sul Covid-19 “Prevenire la prossima pandemia. Le malattie zoonotiche e come rompere la catena di trasmissione” del programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep), la crescente richiesta di proteine animali e l’intensificazione insostenibile degli allevamenti sono indicati come i primi due fattori di rischio nella diffusione delle malattie zoonotiche – ovvero qualsiasi malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali all'uomo. A riprova della realtà di questo rischio, negli ultimi mesi si sono susseguite diverse segnalazioni su focolai di virus (limitati agli animali, almeno prima della notizia russa) in allevamenti intensivi e simili.

In particolare, il ceppo H5N8 dell'influenza aviaria sta interessando diverse zone in Europa ed è stato individuato per la prima volta in un allevamento in Francia all'inizio di dicembre 2020; per contenere la minaccia, le autorità sono state obbligate ad abbattere oltre 400 mila anatre. Sempre in tempi recenti aveva destato preoccupazione la peste suina africana, che nel 2019 aveva causato la perdita di 200 milioni di animali, tra quelli morti per la malattia, abbattuti preventivamente o macellati prima del tempo. Anche in Olanda, potrebbe essere emersa una nuova malattia zoonotica in grado di colpire l’uomo: dieci anni dopo un’epidemia di febbre Q, casi preoccupanti di polmonite sono stati collegati alla presenza di allevamenti di capre.

In un articolo pubblicato nel 2018, l’epidemiologo Marius Gilbert insieme al suo team aveva analizzato i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso: la maggior parte si era verificata proprio negli allevamenti di pollame.

Inoltre, di questa possibile correlazione tra malattie e allevamenti intensivi ne parlava già Rob Wallace nel 2016, nel suo libro “Big farms make big flu”. Nel testo, il biologo tracciava la connessione tra i modelli della produzione capitalista di bestiame e l’eziologia delle epidemie esplose negli ultimi decenni, imputandone le cause soprattutto al sovraffollamento degli allevamenti e alla vicinanza genetica degli esemplari in essi contenuti, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà.

Non è facile contarli, ma secondo le stime sul pianeta verrebbero allevati 70 miliardi di animali ogni anno; quasi nove per ogni essere umano esistente. Gran parte di questa popolazione cresce proprio in allevamenti intensivi, dove oltre ai già citati sovraffollamento e scarsa differenza genetica fra gli individui, anche la sempre più preoccupante resistenza agli antibiotici aiuta la diffusione degli agenti patogeni. 

Eliminare il bestiame infetto, però, appare solo come un’azione palliativa. Stando ai numerosi studi sul tema e agli esempi citati, il problema è alla base ed è il modo in cui la carne viene prodotta, a causa dell’elevata domanda.

Per prevenire o quantomeno rallentare la nascita di nuove zoonosi non occorre solo regolamentare meglio i mercati, ma anche andare oltre e riflettere su cosa mangiamo e come ciò viene prodotto a livello globale.

Secondo Wallace, l’attuale pandemia è un’occasione per analizzare il nostro stile di vita e imporre standard di sostenibilità ecologica, sociale ed epidemiologica più alti al settore agroindustriale, anche a costo di aumentare il costo dei prodotti: perché se un pollo o una bistecca costa un milione di vite umane, non è comunque a buon mercato.

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