Tra utopia e realtà, come funziona un Ecovillaggio
Per secoli, gli uomini hanno vissuto all’interno di comunità, villaggi o tribù, simili a piccole grandi famiglie allargate. Con l’avanzare della civilizzazione questa dimensione è andata perdendosi in molte realtà, fino all’avvento della prima rivoluzione industriale che ha determinato la vera e propria mono nuclearizzazione della famiglia insieme alla nascita delle città moderne.
Nel corso del ventesimo secolo, alcuni esperimenti hanno cercato però un “ritorno alle origini”, più o meno strutturato. Tra questi, il più riuscito è quello degli ecovillaggi: l’evoluzione più concreta del movimento comunitario moderno, in salsa ecosostenibile.
Il termine “ecovillaggio” viene introdotto per la prima volta nel 1991, nel saggio “Eco-villages and Sustainable Communities” scritto da Robert e Diane Gilman. Si tratta, in questo caso, di “insediamenti umani che integrano varie attività, non producono danni all’ambiente naturale, si basano sullo sviluppo olistico e spirituale dell’uomo e possono continuare indefinitamente nel tempo”; delle comunità simili non tanto allo stereotipo delle comuni hippie degli anni Sessanta, ma piuttosto a delle moderne e organizzate ‘tribù sociali” che cercano di proteggere i sistemi viventi del pianeta, di incoraggiare la crescita personale e di sperimentare stili di vita che facilitino l'armonia tra gli esseri umani e la natura.
Nella pratica, un ecovillaggio nasce dall’aggregazione spontanea di persone che condividono i principi della sostenibilità e credono nella loro applicazione a tutti i livelli della vita quotidiana. Dalle scelte abitative, a quelle alimentari, fino alla questione energetica, negli ecovillaggi tutto è improntato a promuovere uno stile di vita a impatto zero. Ad esempio, per costruire si utilizzano materiali di recupero che si integrano con il territorio circostante, le coltivazioni sono biologiche e basate su tecniche colturali rispettose dei cicli naturali della terra, le fonti di energia sono pulite e rinnovabili.
Un ecovillaggio può avere forme diverse: può essere una realtà urbana, suburbana o rurale, può essere minuscolo e avere pochi residenti o raggiungere dimensioni più ragguardevoli, arrivando anche a qualche centinaio di abitanti. In alcuni ecovillaggi i membri alloggiano tutti in una sola casa, in altri vivono in abitazioni separate; diverse comunità sono laiche, altre hanno un’impronta più spirituale. Di fondo, però, c’è sempre la volontà di condividere la propria quotidianità e modificare le proprie abitudini, abbracciando uno stile sostenibile, improntato a nuovi modelli sociali ed economici che riducono al minimo l’impatto ambientale.
In tutto il mondo esistono migliaia di comunità ecologiche, molte confederate a livello internazionale nel Global Ecovillage Network (Gen). In Europa ce ne sono più di cento: da Christiania, la città libera di Copenhagen attiva dal 1971, in cui vivono circa 800 persone tra cui 150 bambini, alla Findhorn Foundation in Gran Bretagna, alla tedesca Lebengarden con i suoi 109 residenti stabili, fino addirittura all’ecovillaggio siberiano Tiberkul, che conta 5000 famiglie distribuite in 50 villaggi nella Taiga, ciascuna con la propria casetta e il proprio orto.
La struttura socioeconomica di queste realtà si caratterizza per la presenza di una cassa comune a cui tutti partecipano, in base a modalità gestite autonomamente dai villaggi. La condivisione di spazi di servizio, o cohousing, permette una notevole riduzione dei costi e alimenta la socialità. La bioedilizia trova grande applicazione e si producono in maniera artigianale cibo e suppellettili, oltre a vestiti e prodotti da rivendere o barattare senza incidere su animali o ambiente.
Trattandosi di villaggi che basano la propria esistenza sulla produzione, in loco, di ciò che hanno bisogno, all’interno lo scambio è preferito al denaro. Da una parte questo modus operandi consente non solo di allontanare l'aspetto venale della società di oggi, ma permette anche di ritornare a dare il giusto valore alla comunicazione e all’interazione tra persone. Si ritorna a lavorare la terra, circondati dal verde, a chiacchierare col vicino e, soprattutto, ad aiutarsi; come nei villaggi di una volta, l’indipendenza del singolo è il risultato della collaborazione del gruppo.
Allo stesso tempo, però, non c’è chiusura nei confronti del mondo esterno: gli ecovillaggi creano situazioni di scambio di saperi, prodotti e strumenti con le realtà che li circondano e i membri, da liberi cittadini, fanno pieno uso di istituzioni della società civile come scuole e ospedali.
Negli ultimi anni il fenomeno degli ecovillaggi ha attirato un numero crescente di persone, anche solo in teoria o per brevi periodi. Dietro questo nuovo interesse c’è la sempre più bassa vivibilità delle grandi città, la crisi economica (vivere insieme normalmente costa meno), una generale crisi dei valori e il radicamento del pensiero ambientalista, nella ricerca di uno stile di vita compatibile con il futuro del pianeta.
Alcuni ecovillaggi nati agli albori del movimento sono ancora in piedi. Un esempio è The Farm, nato nel 1971 con l’acquisto comune di 850 ettari di terreno in Tennessee, da parte del professore universitario Stephen Gaskin e dei suoi studenti. Partita da 250 abitanti, nel corso degli anni ’80 The Farm arrivò a ospitare fino a 1.500 persone. La comunità ha sviluppato un proprio metodo decisionale, ha introdotto iniziative, corsi e laboratori di vario genere, ha aiutato attivamente popolazioni colpite da disastri ambientali o crisi umanitarie, rimanendo tutt’ora un punto di riferimento internazionale per l’ambito degli ecovillaggi.
Ma non tutti questi esperimenti prosperano allo stesso modo. Molti falliscono dopo pochi anni, per ragioni diverse. Tra le più diffuse ci sono la politica di ammissione estremamente libera, che non sempre funziona, e la cattiva gestione del denaro che pregiudica l’autosostentamento del luogo. Anche conflitti all’interno del gruppo possono essere pericolosi per la sopravvivenza di un ecovillaggio; altre volte, le comunità di questo tipo si disgregano dopo la morte del leader che le ha guidate per anni.
A prescindere dal loro successo, gli ecovillaggi (intesi come piccole utopie) possono dare comunque spunti utili per integrare la sostenibilità all’interno anche delle vite di città. Sono laboratori di relazioni umane, in cui si sperimenta come apportare i necessari cambiamenti nell'ambiente economico, sociale ed ecologico locale e globale.
Progettare la sostenibilità richiede infatti la riprogettazione delle nostre abitudini, dei nostri stili di vita e delle nostre pratiche, in un processo continuo di apprendimento e adattamento. E in questa transizione, le idee e gli esempi virtuosi degli ecovillaggi non possono che aiutare.