Virus e circoli viziosi
Nelle ultime settimane, le immagini della strage di visoni negli allevamenti danesi hanno fatto il giro del mondo. 15-17 milioni di esemplari uccisi, tutti provenienti da allevamenti intensivi per la produzione di pellicce, “colpevoli” di aver contratto il Covid-19 (dagli esseri umani) e averlo mutato in una nuova forma resistente ai possibili vaccini in via di sperimentazione.
Stando infatti ai risultati delle indagini preliminari, il virus all’interno dei visoni ha molte probabilità di trasformarsi in un nuovo ceppo, rappresentando un pericolo concreto per la salute pubblica. Nemmeno le proteste dei produttori di pellicce danesi sono valse a qualcosa: la prima ministra danese Matte Frederiksen è stata costretta ad attuare una soluzione drastica per salvaguardare il mondo intero da una nuova minaccia.
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Come si può vedere sul sito della World Organization For Animal Health, già da aprile erano state segnalate infezioni di visoni negli allevamenti, causati dalla loro esposizione a soggetti umani poi risultati positivi al virus. Tra gli animali che possono contrarre il coronavirus Sars-Cov-2 i mustelidi sono tra i più suscettibili, dicono gli studi. Furetti e visoni, ma anche martore, tassi, donnole ed ermellini potrebbero dunque costituire un serbatoio di infezione dove il virus può mutare per adattarsi meglio al nuovo ospite – in questo caso, di ritorno, l’essere umano.
Gli scienziati raggruppano le malattie che derivano da questi processi sotto il nome di zoonosi.
Il termine identifica infatti qualsiasi malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali all'uomo e viceversa. Possono essere causate da virus, batteri, parassiti o altri tipi di patogeni, ma in ogni caso rappresentano un rischio serio per la salute mondiale.
Secondo il National Institutes of Health, quasi il 16% dei decessi mondiali può essere attribuito a malattie infettive, e le zoonosi rappresentano il 60% delle malattie infettive conosciute e il 75% delle malattie infettive emergenti.
Le zoonosi possono essere trasmesse in molti modi, tra cui le punture di insetti, toccando animali malati e attraverso il consumo di carne poco cotta, latte non pastorizzato o acqua contaminata. Alcune malattie zoonotiche sono relativamente benigne, ma molte, tipo la malattia di Lyme, sono abbastanza dannose. Alcune, come il coronavirus che causa COVID-19, possono essere anche mortali.
Ad esempio, la teoria principale sull'origine della nuova pandemia di Coronavirus afferma che il virus abbia fatto un salto di specie (il cosiddetto “spillover”) nell'uomo in un mercato di fauna selvatica a Wuhan, in Cina. Il salto di specie avviene in genere a seguito di un contatto prolungato tra l'uomo e l'animale portatore del patogeno originale; più prolungata e ravvicinata è l'esposizione animale-uomo, più è statisticamente probabile che un virus muti casualmente in un ceppo nuovo in grado di infettare l'essere umano.
Le zoonosi sono un fenomeno naturale col quale la specie umana convive da millenni. Il problema è che il mondo moderno, rispetto al passato, facilita ancora di più la trasmissione di malattie infettive. In pochi decenni nel mondo si sono susseguite epidemie e pandemie come Ebola, SARS, Zika, HIV/AIDS, febbre del Nilo Occidentale, Covid-19. Tutte hanno in comune una cosa: sono trasmesse dagli animali all’uomo. E, in futuro, le cose potrebbero pure andare peggio.
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“Ci sono molte ragioni per cui le malattie zoonotiche stanno diventando sempre più diffuse: la perdita di habitat, l’intensificazione dell’agricoltura e lo sfruttamento della fauna selvatica, incluso il suo commercio illegale, stanno riducendo le barriere tra il mondo umano e quello animale, ciò sta facilitando il passaggio dei germi da altre specie a noi”. Con queste parole António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite ha presentato l’ultimo rapporto su Covid-19 “Prevenire la prossima pandemia. Le malattie zoonotiche e come rompere la catena di trasmissione” del programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep).
Il tema centrale dello studio sono proprio le responsabilità umane nella diffusione di questo tipo di malattie infettive. Certo, non tutte diventano pandemie o anche solo epidemie.
Di solito rappresentano problemi endemici nelle comunità più povere, con inadeguate misure di igiene di base, scarso accesso ad acqua e a sistemi fognari o di rimozione dei rifiuti. Non assumendo dimensioni mondiali, vengono quindi dimenticate (o neglette, se vogliamo usare il termine tecnico), ma il loro peso sanitario è comunque alto. Inoltre, il passo per diventare epidemie è relativamente breve.
Che l’uomo abbia fallito nell’obiettivo di vivere in armonia con la natura è chiaro da tempo, e le responsabilità umane nell’insorgenza e diffusione di queste malattie – oltre alle loro “potenzialità” – lo sono altrettanto. Già una quindicina d’anni fa, al termine del convegno di esperti sanitari “One World, One Health” a proposito del tema, furono formulate una serie di indicazioni per politici e governanti volte a prevenire le pandemie del futuro. Nel 2012, il tutto è stato portato all’attenzione della comunità mondiale di non esperti dal best-seller di David Quammen “Spillover”. Quammen, all’interno del suo libro, esprime molto bene il concetto di fondo: questi focolai di malattie non sono un male che ci capita, ma il risultato non desiderato di ciò che stiamo facendo; “Dobbiamo capire che, sebbene alcuni dei fattori causati dall’uomo possano sembrare praticamente inesorabili, altri sono sotto il nostro controllo”. Il rapporto dell’Unep, di quest’ultimi, ne evidenzia sette.
Il primo è la crescente richiesta di proteine animali, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Il primo mondo negli ultimi quattro decenni non ha visto grandi cambiamenti da questo punto di vista, mentre nel Sud-Est asiatico e nell’Africa subsahariana l’aumento è stato marcato e rapido. Ad accompagnarlo, c’è stata anche una crescita significativa della popolazione, che ha determinato nel complesso una forte crescita della produzione di carne (+260%), latte (+90%) e uova (+340%) negli ultimi 50 anni.
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Ciò porta al secondo fattore, ovvero l’intensificazione insostenibile degli allevamenti. La crescente domanda di alimenti di origine animale stimola l'industrializzazione della produzione animale, che nella pratica si traduce in un gran numero di animali geneticamente simili ammassati vicini, in pessime condizioni; e così, gli animali diventano molto più vulnerabili alle infezioni.
Poi c’è il crescente sfruttamento degli animali selvatici. La caccia, il commercio, il consumo delle loro carni, l’uso di parti per scopi decorativi, medicinali, commerciali: tutte pratiche che portano all’aumento del contatto ravvicinato di queste specie con l’uomo, incrementando il rischio di zoonosi.
L’uso incontrollato delle risorse naturali segue a ruota, a causa dell’urbanizzazione selvaggia e della conseguente frammentazione degli habitat, che crea nuovi e diversificati contatti tra la fauna selvatica, il bestiame e le persone.
Un altro fattore critico sono i viaggi e il trasporto, non solo degli animali, ma anche delle persone. Le malattie possono ora spostarsi in tutto il mondo in periodi più brevi del loro periodo di incubazione e la crescente quantità di viaggi umani e di scambi commerciali non aiuta.
Infine, i cambiamenti della filiera alimentare e del clima chiudono il cerchio. Le catene di approvvigionamento alimentare si stanno allungando e diversificando, spesso senza regolamentazione e informazioni sulla provenienza e conservazione dei cibi, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito. Questa tendenza - guidata direttamente da quelle sopra citate - crea ulteriori opportunità per la trasmissione di malattie. Allo stesso modo, lo fa la crisi climatica: molte zoonosi sono sensibili al clima e alcune di esse prospereranno in un mondo più caldo, più umido e più soggetto a disastri ambientali, come quelli previsto negli scenari futuri.
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Alcuni fattori sono praticamente inesorabili, altri sono sotto il nostro controllo. Tutti, comunque, portano complessivamente alla perdita di biodiversità e habitat, ciò che di fondo favorisce l’insorgenza e la diffusione delle zoonosi. Lo afferma Inger Andersen, direttore esecutivo dell’Unep: “La scienza dice chiaramente che se continuiamo a sfruttare la fauna selvatica e distruggere i nostri ecosistemi, allora, negli anni a venire, possiamo aspettarci di vedere un flusso costante di queste malattie che saltano dagli animali agli umani”.
Per evitarlo, possiamo (anzi, dobbiamo) conservare gli habitat nella loro integrità, promuovere l’agricoltura sostenibile, rafforzare gli standard di sicurezza alimentare. Ma anche monitorare e regolare i mercati alimentari, fare ricerca, frenare il commercio illegale di animali selvatici e cambiare le nostre scelte alimentari. Si tratta dell’approccio One Health, sostenuto dal rapporto e anche dall’Oms, definito come “come lo sforzo collaborativo e multidisciplinare per ottenere condizioni di salute ottimali per gli esseri umani, gli animali e l’ambiente”. Un approccio che si basa sull’idea che la salute dell’umanità dipenda da quella del pianeta e delle altre specie, in un circolo virtuoso su scala mondiale; perché i virus non hanno bisogno di passaporto.