World AIDS day: E i più piccoli?
Dal 1988, il primo dicembre di ogni anno è dedicato alla Giornata mondiale contro l’AIDS.
Istituita per fare periodicamente il punto sulla malattia, sullo stato delle cure e sui futuri sviluppi della ricerca, sin dalla sua creazione ha rappresentato un momento prezioso per sensibilizzare e informare la popolazione mondiale circa questo virus.
| La sindrome da immunodeficienza acquisita, comunemente conosciuta con l’acronimo inglese di AIDS, è una malattia che colpisce il sistema immunitario dell’essere umano, debilitandolo e rendendo meno efficace la sua azione a difesa del corpo dalle infezioni e dagli agenti di contagio esterni. |
Secondo le ultime stime di UNAIDS – il programma delle Nazioni Unite per combattere l'AIDS/HIV –, circa 1,7 milioni di persone hanno contratto l’HIV nel 2019; il dato più basso mai registrato a livello di nuove infezioni dal 1989. Il numero che rimane preoccupante è però quello che riguarda una delle fasce più deboli della popolazione: i bambini.
Sebbene un numero crescente di Paesi stia facendo notevoli progressi, molti altri non riescono ancora ad adottare metodi collaudati per prevenire l'infezione da HIV, soprattutto quando il discorso riguarda l’età infantile. Il Piano Globale delle Nazioni Unite ha stimolato un rilevante miglioramento in tutto il mondo, riducendo del 60% le nuove infezioni da HIV tra i bambini, in 21 dei Paesi a più alto carico dell'Africa subsahariana. Ma c’è ancora molto lavoro da fare.
Secondo i dati riportati da Unicef nello studio “Children, HIV and AIDS” datato dicembre 2019, si stimano nel mondo circa 2.800.000 bambini e adolescenti tra gli 0 e i 19 anni affetti da HIV, di cui 360mila nuove diagnosi. La distribuzione globale non è omogenea: la maggior parte di essi si trova infatti in Africa, specialmente nell’Africa Orientale e in Sud Africa. In quest’ultimi due paesi si trovano in media 1.800.000 bambini e adolescenti con HIV, mentre nel Nord Africa e Medio Oriente i dati crollano fino a 6.100 casi. Tuttavia, nonostante il continente africano sia il più interessato da questa lotta, nessun paese al mondo può ritenersi escluso dal problema.
Ogni regione del mondo ha possibilità differenti di arginare la diffusione del virus, in particolare quando si tratta dei più piccoli.
La maggior parte dei bambini contrae il virus dalla propria madre, durante la gestazione, il parto o l'allattamento al seno. Si parla di "trasmissione verticale" o "trasmissione da genitore a figlio": un’eredità pesante, dato che l’aspettativa di vita dei bambini sieropositivi varia da 6 mesi a 3 anni, in assenza di una terapia antiretrovirale adeguata.
Sebbene il rapporto Unicef mostri un netto miglioramento della situazione relativa alle infezioni di HIV nei bambini tra gli 0 e i 9 anni, le nuove infezioni contratte nel periodo perinatale (ossia quello che precede e segue immediatamente la nascita del bambino) rimangono particolarmente elevate e si aggirano intorno alle 80.000.
Prevenire la trasmissione perinatale è possibile, così come trattare la malattia anche nei più piccoli, ma c’è bisogno di servizi di prevenzione adeguata e in particolare di test affidabili che permettano di agire tempestivamente.
Le probabilità che una madre sieropositiva trasmetta il virus a suo figlio sono comprese tra il 15 e il 45%.
Nel primo e terzo trimestre di gravidanza è quindi di fondamentale importanza eseguire la sierologia per HIV, in modo da diagnosticare l’infezione il prima possibile e iniziare la terapia antiretrovirale nella donna (ART), in modo da ridurre la carica virale. Il rischio che una donna affetta da HIV trasmetta il virus al proprio figlio può essere infatti ridotto al 5% o meno con un'efficace terapia durante la gravidanza, il parto e l'allattamento; la profilassi ai neonati, insieme all’utilizzo del latte artificiale, assicurano un’ulteriore barriera che porta il rischio di trasmissione verticale vicino allo 0%.
I dati mostrano forti disparità rispetto alla questione dell’accesso alle cure: si va dal 91% dell'Asia meridionale, al 73% in Medio Oriente e Nord Africa, al 61% per Africa orientale e meridionale e Asia orientale e Pacifico, per scendere al 46% dell'America Latina e Caraibi e al 28% dell'Africa occidentale e centrale. La maggior parte dei decessi nella fascia di età 0-19 vede infatti in prima linea i bambini tra gli 0 e i 4 anni, sia nel 2000 che nel 2010 e 2018, nonostante la percentuale si sia abbassata del 24% dal 2000 al 2018.
La prevenzione primaria di nuove infezioni da HIV tra le donne in età fertile, insieme all'accesso precoce alle cure prenatali e al test HIV, sono la chiave per risolvere il problema. Le nuove tecnologie e i nuovi trattamenti hanno mostrato risultati promettenti, ma a livello globale la copertura di bambini con un trattamento antiretrovirale salvavita è inferiore a quella degli adulti (54% contro il 62%), sebbene l'accesso all'ART pediatrica sia quasi triplicato dal 2010.
Come molte sfide complesse, l'epidemia globale di HIV appare diversa in base alle prospettive e ai contesti considerati. Il successo degli ultimi anni nella prevenzione della trasmissione da madre a figlio è innegabile, ma questo cambiamento positivo procede ancora troppo a rilento per ridurre concretamente il rischio e la vulnerabilità complessiva di questa fascia d’età. I bambini sono colpiti in modo sproporzionato dall'epidemia di HIV, nonostante non rientrino tra le categorie di malati designate dall’immaginario comune. La diagnosi, il test e il trattamento dell'HIV in età pediatrica devono essere ampliati per arrivare ad essere sempre più conformi ai servizi per gli adulti e devono essere resi disponibili nei luoghi dove vivono i bambini più colpiti. Parallelamente, è necessario sviluppare e mantenere ad un prezzo accessibile un maggior numero di farmaci specificamente adattati alle esigenze dei bambini. Ma per raggiungere questo obiettivo non bastano gli sforzi della ricerca, sono necessari volontà politica e investimenti. Il governo, le organizzazioni non governative, gli esperti sanitari e la società civile devono sostenere con forza lo sviluppo di combinazioni a dose fissa adatte ai bambini, per garantire un trattamento semplice ed efficace accessibile in ogni parte del mondo; per assicurare ad ogni neonato il diritto alla vita, senza HIV.